Ragioni di una mostra

Nel 2004 veniva presentato, attraverso una pubblicazione e l’apertura al pubblico, il restauro del piano nobile del palazzo Nicolosio Lomellino in Strada Nuova, a seguito del ritrovamento dello straordinario ciclo di affreschi realizzato da Bernardo Strozzi dal 1623, citato dalle fonti e dai documenti ma reputato perduto. Era l’atto fondativo dell’omonima Associazione che, in quindi anni, ha realizzato importanti eventi culturali ospitati in quelle magnifiche sale, divenute, per un atto munifico della proprietà, sede espositiva. Nel 2019, in occasione appunto del quindicesimo anniversario, sembra doveroso ricondurre l’attenzione sul pittore, il protagonista del primo Barocco genovese: Bernardo Strozzi (Genova 1582 – Venezia 1644). 

Quindi la ragione di scegliere il pittore quale protagonista della prossima mostra non è solo legata alla sua fama e alla bellezza della sua opera da offrire al visitatore come momento di appagamento estetico e insieme importante stimolo culturale. Il valore aggiunto si deve alla presenza, appunto, delll’unico suo ciclo di affreschi esposto al pubblico. Pittore da cavalletto, più che frescante, Strozzi non aveva le caratteristiche di diligenza e rigore formale che necessitano alla pratica dell’affresco.

 Amava il colore puro, steso velocemente sulla tela, senza il supporto di una traccia disegnativa ma solo sotto il fervore di un istinto naturale. Non è un caso se le carte d’archivio ricordano le rinunce a incarichi per affreschi o le liti per il ritardo con cui terminava i cantieri che si trovò a condurre. Il più celebre e ben documentato di questi episodi è relativo proprio al ciclo richiestogli da Luigi Centurione nell’estate del 1623, che due anni dopo il pittore non aveva condotto secondo gli accordi pattuiti. Si tratta della pittura sulle tre volte in altrettante stanze del piano nobile di Palazzo Nicolosio Lomellino raffiguranti l’Allegoria della navigazione, l’Astrologia e l’Allegoria dell’Evangelizzazione del Nuovo Mondo. 

Quest’ultimo affresco, il più importante e meglio conservato, ha spunti iconografici di una modernità e di un naturalismo quasi spiazzante. Certamente lo fu per i suoi contemporanei, tanto da ritenere non casuale il fatto che proprio in quel momento, nel 1625, il pittore subì un pesante processo del tribunale ecclesiastico che si concluderà con il trasferimento a Venezia, verso una terra meno severa. Così, dopo il 1632, anche la pittura di Strozzi si fa più solare, luminosa, colorata. Frate cappuccino prima, sacerdote dell’ordine lateranense dopo, Strozzi – noto appunto come “Il Cappuccino” o il “Prete genovese” – riscosse successo fin dai suoi esordi, quando, ancora nelle celle conventuali, si adoperava a dipingere piccole telette di santi. Ben presto, con il terzo decennio del secolo, è ricercato dai più importanti committenti del tempo, tra i quali il celebre Giovan Carlo Doria, nella cui collezione compaiono, già dalla fine degli anni Dieci, accanto ai rinomati dipinti di Giulio Cesare Procaccini, molte sue tele, in parte oggi conservate nei musei del mondo.

 Infatti Strozzi è uno degli artisti genovesi del Seicento – epoca aurea, com’è noto, della cultura figurativa della città e dell’intera regione ligure – maggiormente studiato, collezionato, musealizzato all’estero. La ragione di questa fortuna critica e collezionistica si deve indubbiamente alla qualità di ogni sua opera, si tratti di un dipinto da cavalletto, di una pala d’altare, di un disegno o di un affresco. All’artista sono state dedicate tre monografie (L. Mortari 1966; L. Mortari 1995; C. Manzitti 2013) e diverse mostre monografiche, la più significativa delle quali fu certamente la retrospettiva curata da Ezia Gavazza e Giovanna Rotondi Terminiello nel 1995 a Genova (Palazzo Ducale). Da questa nascono i progetti satelliti di una piccola retrospettiva alle Galleria dell’Accademia di Venezia e al Walter Art Museum di Baltimore, negli Stati Uniti.

 I due curatori di questo nuovo progetto espositivo – Anna Orlando e Daniele Sanguineti – erano allora giovani neolaureati, ma già impegnati a studiare e scrivere di un maestro che da quel momento di oltre vent’anni fa non si è mai spostato dalla centralità del loro impegno scientifico sulla pittura genovese del Seicento.

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