Sala Centrale

Per i visitatori e per gli stessi genovesi è emozionante la vista di queste vivaci e piacevolissime creazioni dello Strozzi, affreschi per lungo tempo occultati e ritenuti ormai perduti.

Anche la particolare scelta iconografica è sicuramente di grande fascino: al centro della composizione, sullo schema di un 'quadro riportato', è rappresentato un nobiluomo che aiuta una giovane donna - che si riconosce quale allegoria della Fede cristiana - colta nell'attimo in cui scende da una imbarcazione sulla terraferma. Il gentiluomo, in piedi e ormai sbarcato, tiene in mano un astrolabio che lo identifica come navigatore, mentre la Fede, accompagnata da due angeli, si impone come fulcro visivo e simbolico, tenendo sollevato verso l'alto un calice dorato sormontato da una croce. Secondo l'interpretazione della Newcome i quattro anziani raffigurati accanto alla Fede, che tengono tra le mani pregiati testi rilegati, potrebbero rappresentare i quattro Evangelisti, e la scena si potrebbe leggere quale allusione alla scoperta delle Americhe del 1492.

Questa immagine servirebbe dunque, secondo la studiosa, a rievocare l'antica amicizia tra Cristoforo Colombo e la famiglia Centurione, che nel 1478-1479 si era proprio rivolta al grande navigatore per avere da Madera un buona quantità di zucchero da rivendere nella città ligure.

La scoperta delle Americhe era già stata celebrata in città da Lazzaro Tavarone, nel 1607 in due camere in palazzo Bombrini e, intorno agli anni '20 del Seicento, in palazzo Bellimbau, precedenti a cui senza dubbio lo Strozzi guardò.
Questo tema, di sicuro concordato con lo stesso Luigi Centurione, permise al pittore di sbizzarrirsi in soggetti curiosi, fantasiosi, e accesi da cromie brillanti e cangianti. Nelle lunette si alternano uccelli anche esotici, non soltanto frutto dell'immaginazione del pittore, ma sicuramente derivanti da riproduzioni di immagini reali, fatto non insolito se si considera che Genova e Anversa nel Cinquecento erano le sedi più importanti per il mercato di uccelli. Nei pennacchi invece trovano posto episodi di caccia e di lavoro degli indios, scene di cruento cannibalismo accanto a dolci immagini di amore materno, tutte legate al mondo indigeno. Il pittore dà qui saggio della sua capacità di stendere il colore con pennellate mosse e vibranti, in veloci tratti dati a secco sull'affresco già asciutto, mostrando di saper ben impiegare una tecnica mista, secondo una pratica ormai diffusasi anche a Genova dopo l'esempio di Perin del Vaga al palazzo di Andrea Doria.

Francesca Boschieri utilmente ricorda che il Centurione aveva finanziato i viaggi di Colombo nel Nuovo Mondo e che il motto araldico della famiglia era 'Sola fides sufficit'- 'Basta la sola fede'- che alla luce dell'affresco rinvenuto potrebbe leggersi come un'ottima sintesi dell'intera rappresentazione. Secondo questa lettura il gentiluomo in vesti all'antica potrebbe essere un membro stesso della famiglia Centurione, i cui colori porta nell'abito, presentato qui come difensore della Chiesa.

 I dipinti murali del primo piano nobile. (Stella Boj, Giacomo Causa)

 


Bernardo Strozzi, sala Centrale, "Sola fides sufficit".


Bernardo Strozzi, sala Centrale, particolare del pennacchio.

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