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Le tele del Franceschini

Stefano I Pallavicini nel 1715 pagò al pittore bolognese Marcantonio Franceschini le due tele raffiguranti La caccia di Diana e Le ninfe che disarmano amorini, tuttora inserite tra le quadrature a fresco di Tommaso Aldovrandini. A questa prima richiesta di dipinti ne fece seguito un'altra nel 1722 per le restanti tre tele con le scene di Diana e Pan, Diana e Endimione, Nascita di Apollo e Diana.

Grandi cornici dorate, inserite nelle pareti, inquadrano ancora oggi ogni opera; a questo certamente si deve la conservazione in loco dell'intera serie.
La scelta del Franceschini non fu certo casuale: il pittore aveva già lavorato in città nel salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale - la cui decorazione andò perduta nel rovinoso incendio del 1777 - e per il cantiere dei Filippini di Via Lomellini.

Marcello Sparzo

Non sono molte le notizie relative a questo artista di Urbino, attivo tra la seconda metà del XVI e l'inizio del XVII secolo. Si forma in patria presso lo stuccatore Federico Brandani e successivamente a Roma: già dalle sue prime prove, secondo la Galassi, è evidente la matura elaborazione di un proprio linguaggio stilistico, lontano dal segno calligrafico del maestro e propenso invece ad una impaginazione più ampia degli ornati e ad un modellato volumetrico più insistito.

Il suo impegno per la committenza Lomellino nel Palazzo di Strada Nuova, quale esecutore degli stucchi della facciata e dell'atrio ovale su disegno del Bergamasco, si fa risalire al 1565 circa, anche se una sua presenza stabile a Genova è documentata con certezza solo a partire dal 1579.

Elena Parma registra il ritrovamento di un documento che apre nuove considerazioni critiche sulla collaborazione tra il Bergamasco e lo Sparzo - ancora da chiarire compiutamente - e sui tempi di esecuzione della facciata.
Si tratta di una richiesta avanzata ai Padri del Comune dal figlio di Nicolosio, Angelo Lomellino, in data 5 gennaio 1606, al fine di ottenere il permesso di realizzare i balconi alle finestre del Palazzo sul modello delle altre dimore di Strada Nuova; questa notizia "ha portato a riconsiderare i termini e i tempi di esecuzione della decorazione della facciata, posticipandola e accreditando il già
supposto intervento di Marcello Sparzo ma in un momento più tardo"
(Parma c.d.s.; cfr. Pesenti 2000).

Nel 1586 lo stuccatore realizza, per il giardino nord del Palazzo del Principe, la famosa statua del Gigante, alta ben otto metri, andata distrutta a seguito delle trasformazioni urbanistiche dell'area nel corso dell'Ottocento.
Sempre per il Doria entro il 1599 l'artista sarà impegnato alla qualificazione dei nuovi ambienti della dimora di Fassolo, ornando con stucchi, in origine policromi, le volte delle nuove sale aggiunte al nucleo originario del palazzo, della grandiosa galleria dorata e della cappella.

La sua attività di plasticatore è connotata dalla chiara distribuzione dei partiti architettonici, unita alla raffinata capacità di esecuzione dei dettagli decorativi.

Giovanni Battista Castello, detto il Bergamasco

Artista di area bergamasca (Crema 1525/26 - Madrid 1569) variamente attivo a Genova nella prima metà del Cinquecento, inizia la sua formazione nella cittadina di Crema presso lo zio pittore Vincenzo Civerchio.

Nelle sue prime esperienze sicuramente ha contatti con le opere bergamasche del Lotto, maturando poi un proprio indirizzo stilistico dopo un soggiorno romano intorno al 1545, sotto protezione dell'importante committente genovese Tobia Pallavicino. Per quest'ultimo il Bergamasco progetterà, tra gli anni '50 e '60 del secolo, il palazzo di città in Strada Nuova (attuale sede della Camera di Commercio), occupandosi anche degli affreschi e dell'intero apparato decorativo.

Tra il 1560 e il 1562 progetta la facciata del palazzo di Vincenzo Imperiale, percorsa da una ricca e aggettante decorazione in stucco, che si pone quale diretto precedente di quella disegnata poi per il Palazzo Lomellino.
Qui lo troviamo impegnato dal 1563, mentre nel 1566 esegue gli affreschi per il palazzo di Baldassarre Lomellino, anch'esso in Strada Nuova. In questi anni di intensissima attività lavora, in collaborazione o a gara con il Cambiaso, negli ornati della chiesa gentilizia di San Matteo.

Del 1560 è il progetto per il portale del palazzo di Tomaso Spinola in salita Santa Caterina, e forse anche per lo splendido prospetto di questa dimora, nel quale, ad una chiara scansione delle superfici, si sovrappongono ricchissimi elementi di ornato, festoni di frutti ed erme, nel più puro gusto manierista.

Nel settembre del 1567 Filippo II lo nomina pittore e architetto di corte; l'artista si trasferisce in Spagna nel corso dello stesso anno, e già nel luglio presenta al re Filippo un progetto per lo scalone di El Escorial.

Il 3 giugno del 1569 l'architetto improvvisamente muore a Madrid.

 Un palazzo tra città e natura. (Lauro Magnani)

 Nicolosio Lomellino primo committente. (Ennio Poleggi)

 La decorazione a stucco. (Elena Parma)

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P.P.Rubens, pianta del pianterreno di Palazzo Lomellino, da Palazzi Moderni di Genova, II ed., Anversa 1626

M.P.Gauthier, pianta del pianterreno di Palazzo Lomellino, da Les plus beaux édificies, parte I, Parigi 1818

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